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Il nome Parkour è un neologismo ottenuto mettendo una kappa nella parola francese parcours "percorso". Il parkour muove i suoi passi dal metodo naturale di Georges Hébert (un militare francese della fine '800 che ha formalizzato un metodo di allenamento per l'addestramento delle truppe). La sua idea è che il miglior modo per allenare un uomo è farlo esercitare nei movimenti naturali che lui sa fare in situazioni che la natura gli presenta e gli richiede. Il motto dell'Hebertismo è "Essere forti per essere utili". Da questa teoria il parkour nasce come vero a proprio percorso di preparazione atletico/fisico/mentale per rendere l'atleta in grado di muoversi con disinvoltura ed efficienza nell'ambiente urbano e naturale. E' evidente che secondo questa formulazione tutto quello che è spettacolo, coreografia e acrobatica non è parkour. Il Parkour è una sfida con se stessi, è il tentativo di oltrepassare i propri limiti, aumentando la consapevolezza nei propri mezzi. Soprattutto se gli ostacoli non sono necessariamente quelli che si vedono. Dal corpo sicurezza e forza si trasmettono alla mente. Il "traceur", letteralmente "colui che traccia", aspira a superare in modo fluido, atletico ed esteticamente valido le barriere naturali o artificiali che si trovano lungo la sua strada (muri, scalinate, gradoni, pareti, pendii, precipizi), affidandosi ad ottime doti atletiche e ad una indispensabile dose di creatività.
Lo spirito antitecnologico è evidente nella scelta di praticare una mobilità pura. Chi pratica il parkour, si destreggia in salti, evoluzioni, capriole per tracciare nuovi percorsi lontani da quelli che la gente è solita seguire.
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